Aran Islands: realtà sospesa nell’isola del silenzio

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Un aliscafo ci conduce a ovest della Baia di Galway, in Irlanda ed esattamente a Inis Mór o Aran (Árainn).

Il mare è calmo, di un profondo blu, la giornata alterna momenti di finissima pioggia a momenti di sole. Sono le nuvole irlandesi!

Sbarchiamo in questa isoletta abitata da 800 persone vera patria del Gaeltacht, la lingua irlandese (attenzione non si tratta dell’inglese-irlandese, ma dell’incomprensibile Gaelico). La sensazione è strana, non capisco bene dove siamo sbarcati. Non c’è un rumore attribuibile a ciò che definiamo “civiltà” (infatti non ci sono auto ma solo bici o calessi e qualche piccolissimo bus per portare in giro gli “sfaticati turisti”… concedetemelo!). Un sottofondo provocato dal suono delle onde che si infrangono, qualche gabbiano e tantissima pace.

Le persone sono ospitali, salutano i visitatori con un cenno della testa o alzando tre dita della mano (come usavano fare anticamente per benedire), ma al tempo stesso sono chiuse e molto fiere della propria tradizione e cultura. Non è semplice entrare in contatto con loro, però ci siamo riusciti almeno con una persona: Thomas. Un ragazzone dalla guance arrossate forse perché affaticato nel “traghettare ed accompagnare” i visitatori (ma di questo ne abbiamo già parlato in Tour dell’Irlanda: a Welcoming Country!).

Il paesaggio lascia intravedere e capire quanto sia un’isola fortemente concentrata sulla pesca, si trovano infatti imbarcazioni curragh e attrezzi fuori dalle poche abitazioni. E’ un’isola che basa la propria economia sul turismo (i pochi negozi offrono prodotti artigianali-locali) e il suo popolo è fortemente concentrato a vivere di  ciò che la natura può offrire. Qui si producono le calzature pampooties con materiale di capra, con le alghe marine vengono fertilizzati i terreni che oggi sono divenuti coltivabili e grandi distese di prati. Dalla lana grezza vengono ricavati i famosi maglioni, i cui disegni hanno in significato ben preciso: il “rombo”, ad esempio, ricorda i campi circondati da muretti in pietra, “l’albero della vita”, esprime il legame familiare, oppure i nodi usati dai pescatori richiamano “il legare le barche”. Anticamente ogni disegno richiamava una famiglia. In caso di naufragio, infatti, il corpo poteva essere riconosciuto grazie al maglione.

E’ un’isola con un paesaggio apparentemente desolante e inasprito dalle tempeste atlantiche, ma al tempo stesso la sua anima rugosa ti lascia senza fiato specialmente se ci si affaccia dalle imponenti scogliere situate a oltre 100mt di altezza come a Dún Aenghus, estremamente più maestose delle Cliffs of Moher.

Ti siedi qui e resti sospeso in una realtà senza confini, con uno strapiombo verticale sull’Oceano, guardando immobile quello che sembra “l’ultimo confine della terra”. Resti sospeso ed in silenzio ad ascoltare il mare, il tempo che non passa perché “siede lì” accanto a te. Ascolti la pioggia finissima che ti accarezza. E’ un’isola che ti fa compagnia con i tuoi pensieri, ti fa volgere lo sguardo verso un orizzonte sconfinato, verso un oceano maestoso e freddo. E’ un isola sospesa dalla realtà.

E così, piacevolmente persa con alcune conchiglie tra le mani, immersa nel rumore del vento che  colpisce i 12km di muretti di pietra (in quest’isola lunga 15km), avrei trascorso tutto il resto dei giorni a disposizione proprio qui in quest’oasi, selvaggia e ancora oggi intatta. Chissà magari avrei passato le serate al pub divertendomi ad ascoltare un accento incomprensibile, forse davanti ad una immancabile pinta di birra, di Guinness, o di Smith Wick’s, imparando qualche tipica espressione in gaelico. Sarei rimasta qui sospesa, o forse appesa dalla realtà, con i piedi che penzolano giù da una scogliera, profondamente in pace con la Terra…

“ONE OF THE WORLD’S TOP ISLAND DESTINATIONS – That this feeling, this authenticity, has survived the modern world is nothing short of miraculous”

Cit. National Geographic

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